martedì 1 agosto 2017

Forum: ...e ora parliamo di Kevin

In collaborazione con Club Qualcuno con cui… Leggere

Autore: Lionel Shriver
Titolo: …e ora parliamo di Kevin
Genere: Thriller
Pagine: 476
Data di pubblicazione: 2008
Casa editrice: Piemme


A 16 anni, Kevin ha preso l'arco con cui si esercitava da tempo e ha ucciso sistematicamente, nella palestra della scuola che frequentava, sette compagni e l'insegnante di algebra. Uccidere, nella sua logica distorta, era il mezzo per uscire dalla massa indistinta e diventare protagonista. E ora lo è, nel carcere minorile in cui è rinchiuso, temuto e rispettato dagli altri giovani reclusi. A raccontarcelo è la madre, Eva Katchadourian, newyorkese di successo, in una serie di lettere al marito assente. Attraverso le sue parole si snoda la storia della famiglia e dei suoi componenti: Eva, con il suo rapporto ambivalente nei confronti della maternità, il marito Frank, sempre pronto a giustificare il figlio in totale contrasto con lei, e lo stesso Kevin, un piccolo genio del male da quando ha aperto gli occhi sul mondo. Lettera dopo lettera, è un susseguirsi di fatti e di episodi che scavano nella vita familiare e ci restituiscono un quadro lacerante, sofferto, filtrato dalla lucida intelligenza e dalla profonda umanità di Eva, che non smette di chiedersi se non sia anche sua, e del rapporto di malcelata ostilità con il figlio, la colpa di quanto è successo.

Lucia: Era da tanto che volevo leggere questo libro ero convinta si trattasse del racconto di una strage e fosse un’analisi dei problemi di un adolescente…è’ stata quindi una sorpresa per me scoprire che il romanzo indaga sugli stati d’animo di una madre che ripercorre tutta la sua vita analizzando i fatti e cercando di capire dove aveva sbagliato. Trovo che la Shrider abbia esagerato esasperando le situazioni calcando parecchio la mano e ricorrendo a contesti poco realistici. Così facendo però è riuscita a mettere in luce tutte le problematiche e ad offrire al lettore un punto di vista molto interessante. E’ sicuramente un romanzo adatto a stomaci forti, del resto l’autrice all’inizio dell’opera avvisa il lettore che la storia di Kevin è l’eventualità peggiore di chi decide di essere madre e sostiene anche che “non tutte le donne ambiscono a essere madri, meglio non avere figli che farli senza volerli veramente”. Leggendo il libro si giunge indubbiamente a questa conclusione.
La storia è inquietante, ben costruita… notevole è anche lo stile. Inizia con ciò che in genere si trova alla fine … in un giovedì del 1999 il sedicenne Kevin ha commesso un crimine che lo ha fatto incarcerare nella sezione minorile della contea. Si sviluppa in forma epistolare (geniale!!) tra la fine del 2000 e la primavera del 2001 intrattiene una fitta corrispondenza con il marito (non si sa nulla di lui) e in queste lettere ripercorre gli anni del matrimonio e soprattutto quelli successivi alla nascita di Kevin. Solo verso la fine si capisce la reale portata della strage e soprattutto la dimensione del massacro che questo ragazzo ha voluto infliggere alla sua famiglia. Molto profonda l’analisi della madre che ricerca le sue colpe e ammette di aver concepito questo figlio a tavolino… Prima di quel giovedì, lei era una donna di successo: colta, intraprendente, progressista, diversa dal marito, tipico americano medio benpensante, tutto d'un pezzo, repubblicano, poche letture, un buon lavoro ma mal retribuito. Eva ama molto quest'uomo, non vuole figli, però decide solo per accontentarlo. Quando Kevin nasce, capisce di odiarlo e peggio ancora, sa di essere ricambiata. La bravura della Shriver sta nel far trasparire nel corso dell’opera una progressiva complicità tra madre e figlio che invece non esiste tra Kevin e il padre, nonostante le apparenze. Il finale è sorprendente … bello, bello, ho ammirato molto questa figura femminile

Chiara: Mi attacco a questo tuo commento per sottolineare una cosa; è un libro "tipicamente" americano. Nel senso che non potrebbe essere scritto in un altro stato. L'analisi lucida e fin troppo razionale è spesso radicata nelle caratteristiche della società americana. Credo quasi che non starebbe in piedi in un altro contesto. Andrebbe quasi rifatta da capo.

Lucia: Sì Chiara, qui da noi sicuramente non sarebbe possibile, abbiamo una mentalità diversa e comunque la maternità da noi ha un valore che non riscontro in altri luoghi.

Barbara C.: È vero che da noi al ruolo di madre si dà un valore immenso, ma proprio per questo per alcune donne, con un senso materno non troppo sviluppato, è difficile ammettere di non essere in grado di sostenere questo ruolo, col risultato che, purtroppo, a volte apprendiamo dalla cronaca, è difficile anche poter dire in piena libertà "non voglio figli, i bambini non fanno per me", perché subito sei vista come "sbagliata" ...

Silvana: Premetto che questo libro non mi ha angosciata come temevo. Mi è piaciuto molto lo stile e non mi ha affatto disturbata il fatto che fosse impostato in maniera epistolare. Fin da subito si capisce che il bambino è disturbato mentalmente, probabilmente c’è una tara di famiglia, perché anche la bambina non è molto normale. La cattiveria di Kevin sicuramente viene accentuata dal rifiuto che la madre ha nei suoi confronti, anche perché io sospetto che lui, apparentemente, odiasse la madre, ma sotto-sotto la adorasse. Infatti lei viene risparmiata, sia perché è il suo pubblico, sia perché lui, senza di lei, non sa stare.

Francesca: Io credo invece che l'abbia risparmiata per farla soffrire di più, costringerla a sopravvivere a tutto ciò che abbiamo letto è una punizione peggiore della morte credo.

Valentina: Io ho interpretato l'idea che fosse "il suo pubblico" come una disperata ricerca di attenzione e di amore in un rapporto davvero patologico. Poi evidentemente per lei diventa una punizione.

Francesca: Attirare l'attenzione uccidendo… Brividi! Non so, credo che Kevin sia nato con l'odio dentro, un altro atteggiamento materno non avrebbe cambiato nulla secondo me.

Lucia: Anch'io la penso così. Oso dire che ha fatto quel disastro per avere l'attenzione della madre. Uccide la sorellina e il padre perché sapeva che Eva li amava e di conseguenza avrebbe sofferto terribilmente

Francesca: Sì, anche per me, quindi attirare l'attenzione per ferire, infierire e distruggere Eva. Non attirare l'attenzione della madre perché non lo considera

Lucia: È sicuramente una forma di amore ma di un amore malato

Angela: Questo libro di Lionel Shriver mette a nudo con una lucidità spiazzante i pensieri più reconditi di una madre la cui esistenza (non solo la sua) è stata stravolta da un figlio assassino. La storia raccontataci da Eva -per quanto mi riguarda- solleva una fiumana di sentimenti ed emozioni contrastanti nel lettore, non lascia assolutamente indifferenti, ma coinvolge, solleva interrogativi, dubbi, anche paure (soprattutto se si hanno figli, o si è educatori/insegnanti...), fa scuotere il capo, mozza il respiro quando si giunge a certi momenti cruciali, sconvolgenti ed emotivamente forti. Un libro che disorienta, turba, indigna, ferisce e forse proprio per questo merita di essere letto.

Francesca: Poche righe sono bastate per trasformare in ghiaccio il muscolo nel petto, scalfirlo con precisione chirurgica pagina dopo pagina e ridurlo a un mucchio di schegge. La potenza delle parole è indiscutibile, gela il sangue nelle vene. Il romanzo epistolare, molto americano, raccoglie gli appunti di una madre, di una moglie, devastata dalla tragedia. Eva non è una madre comune, ma una di quelle madri che guardano oltre l'amore per i figli. Eva è una donna obbiettiva, realista, cinica e giusta, capace di analizzare ciò che ha condotto la sua famiglia allo sfascio per poi raccogliere i cocci e ricomporli nell'esistenza miserabile che le resta. Kevin è malvagio, diabolico, legge Robin Hood, impara a tirare con l'arco, è abile, mente, i suoi occhi paiono infuocati, ferisce, umilia, calcola, brama alle spalle, un genio del male. Eva lo riconosce dalla nascita, l'istinto glielo sussurra, osserva Kevin nel suo cammino solitario tempestato di male arrecato e fa di tutto per sensibilizzare Franklin. Franklin è un padre devoto al figlio come fosse un Dio, troppo arrendevole, asseconda Kevin in tutto, lo protegge, si lascia stupidamente raggirare, fomenta il suo odio con un comportamento dissimulatore, ostacola Eva ogni giorno (fomentando anche il mio disgusto nei suoi confronti), anche nella protezione della sorellina di Kevin. Fino al fatidico giovedì.
Giovedì 8 aprile 1999.
Kevin con meticolosa organizzazione attira nella palestra della scuola sette compagni e un'insegnante, più un inserviente che si trova per caso sul posto, blocca tutte le uscite e dal soppalco, con estrema abilità scocca dardi mortali dal suo arco
Ma questo è solo l'epilogo dell'atto.
Eva scrive lettere al marito con una lucidità improbabile, guarda il figlio con occhio clinico e indagatore sin dalla nascita: ho trovato queste parti inverosimili, credo che sia impossibile essere così realisti quando una tale tragedia ti investe, e trovo difficile che una madre possa essere così critica nei confronti di un figlio e allo stesso tempo un padre così cieco. Tutto un po' troppo forzato forse. Nonostante questi punti discutibili la tensione non si allenta mai, è una tortura opprimente, lo sgomento impedisce di commuoversi, urlare, parlare, pensare, la storia di Eva avvinghia e destabilizza come il serpente in Paradiso.
Mi sono chiesta cosa cerco nei libri, e cosa ho trovato in questo. Sono giunta alla conclusione che Kevin ha ragione quando afferma che gli uomini sono disinteressati e passivi, che per loro "succede qualcosa solo se è qualcosa di brutto, che vogliono vedere succedere qualcosa", per alzare lo sguardo. La ricerca della bellezza è una specie in via d'estinzione. Una storia di fantasia che ruota attorno a fatti realmente accaduti nelle scuole in America, in una parola: devastante.

Chiara: Sono molto contenta di aver avuto la possibilità innanzitutto e il coraggio poi di leggere questo libro. Ammetto di essere stata molto spaventata, preda dell'influenza dei commenti di alcuni di voi. Ma è senza dubbio una lettura importante e la mia sensibilità ha retto. Sono molto felice di questo. Pensavo di poter scrivere molto. In realtà ora che mi trovo qui davanti alla tastiera e al pc mi rendo conto che invece non è così facile. Parto dalla riflessione più immediata. Il male (inteso come devianza, come qualcosa che ci porta verso gesti estremi, atti a danneggiare qualcuno) esiste ed esiste a prescindere in alcuni animi più che in altri. Le condizioni di vita posso innescare bombe, è vero, ma non sono per forza le uniche ragione che spingono un individuo a fare del male e ad uscirne "deviato". Di certo il legame madre-figlio mai nato, mai decollato qui è espresso con grande incisività. Di certo la figura così arrendevole e debole del padre non è stato un esempio. Ma più proseguivo nella lettura, più non riuscivo a fare altro che provare compassione per questa donna, con cui sono entrata subito in empatia. Al giorno d'oggi è facilissimo giudicare, siamo tutti molto bravi a farlo. Basta entrare in uno di quei siti di mamme che pensano di dare consigli e che invece trasformano le opportunità di creare rete in processi continui per qualsiasi cosa. Io non me la sento di dire che il loro legame mancato è stato la causa di questa spietata follia. Lui è nato così. E in alcune situazioni non c'è nulla da fare. Ho ammirato il suo coraggio nell'esprimere anche in maniera molto forte alcuni pensieri relativi alla sua incapacità di gestire questa relazione con il figlio, fin dal principio. E ho provato, lo ammetto, molto disprezzo per questo padre totalmente assente e poco capace di lasciare traccia. Ho quasi pianto quando ho visto l'incapacità di entrambi di entrare in relazione fra di loro in primis, di fare squadra. Ma, lo ammetto con tutta la sincerità possibile e senza paura, ho rivisto molte situazioni a me quotidiane nella mia vita familiare. Per questo torno a bomba sul fatto che lui era così. Crescere un figlio è una sfida, soprattutto in una realtà post moderna come la nostra, ma su questo discorso si rischia di aprire una vaso di Pandora, uscendo dal tema del libro. Questa donna, ha addosso una croce enorme. E la porta come nelle pene che Dante assegnava all'inferno nella divina commedia: ogni giorno, la stessa, ricominciando dall'inizio, probabilmente senza fermarsi mai nemmeno di notte. Tralascio il colpo di scena finale, per non rovinare l'aspettativa a chi non lo ha letto. Io non me lo aspettavo.

Francesca: Sono d'accordo lui è nato così ma aggiungo che se Franklin fosse stato più complice di Eva forse qualcosa si poteva fare.

Lucia: Franklin è un perdente, non ha capito nulla fin dall'inizio

Valentina: Grazie chiara, condivido a pieno. Anche io ho Pianto di rabbia per questa relazione, per tutta la fatica che ho sentito. Penso che Franklin fosse un uomo troppo limitato per poter cogliere tutti i risvolti del legame tra la moglie e il figlio... si è fermato alla prima lettura, la più semplice.

Barbara C.: Io non penso che Franklin sia un perdente, bensì un uomo con un grande desiderio, quello di essere padre e di amare i suoi figli, voleva Kevin, è lui suo figlio, lo giustifica e si racconta dei film per non voler vedere la realtà dei fatti, sempre dalla sua parte fino alla fine, c'è da dire che Kevin ha recitato alla perfezione la parte del figlio amorevole.

Francesca: Sempre considerando la situazione davvero troppo esasperata, Franklin ha qualche problema a non accorgersi delle bassezze e della genialità del figlio. Sei d'accordo Barbara Chiuzzi?

Barbara C.: Francesca sì sono d'accordo, ma non sono sicura che questo non accorgersi sia dovuto al fatto che Kevin con lui adotti un comportamento totalmente diverso rispetto a quello che tiene con la madre o se invece non sia una sorta di autodifesa inconscia, per non ammettere con se stesso che il figlio tanto desiderato ha dei seri problemi comportamentali... nonostante la seconda rilettura ci sono ancora domande che non hanno trovato risposta...

Valentina: Ciao a tutti! Scusate! Non ho potuto partecipare alla discussione come avrei voluto e come meritava questo libro, che mi è piaciuto moltissimo! Avrei così tante cose da dire, ma non ho lo spazio e la lucidità per farlo! Però vi ringrazio moltissimo per tutti i vostri preziosi commenti che mi hanno davvero aiutata ad entrare ancora di più nel libro.

Chiara: Perché il libro ha due titoli?

Lucia: Per il film

Arianna: Lucia concordo quasi su tutto… Scrittura impeccabile accattivante sia nei modi che nei tempi e sia per la scelta di rivelare la storia a poco a poco partendo dalla fine... lettura d impatto e sicuramente molto forte sia per i contenuti sia per il personaggio madre che mamma mia... però c è un però avrei forse gradito un Kevin più reale con sfaccettature più articolate... questo ragazzo prima bimbo mi ricorda un po’ quei film anni 80 tipo 666 Daniel satana. Decisamente poco verosimile... e poi alla fine ho avuto per un attimo il dubbio che abbia fatto tutto questo per compiacere *non deludere* la madre. Molto molto americano come libro nel senso di esagerato di semplicemente esagerato. Comunque lieta di averlo letto.

Valentina: Non conosco 666 Daniel... ma capisco quello che vuoi dire e sono d'accordo! A me ogni tanto faceva pensare a Dylan Dog!
Penso che il portare agli estremi serva un po' per farci prendere le distanze e soffrire di meno, ma anche, come dicevo già, per sottolineare la critica che c'è dietro. Non da ultimo mentre leggevo pensavo che fosse un qualche meccanismo inconscio della mente della madre: come se accentuare la diabolicità potesse aiutarla a raccontare e analizzare.
Concordo anche sul fatto che Kevin cercasse di compiacerla in tutti i modi

Francesca: Diabolico... compiacerla? Questa cosa non l'ho considerata ma potreste anche avere trovato la chiave giusta di lettura Arianna e Valentina.

Lucia: Lui aveva stima della madre, lei aveva da un'idea creato un'azienda di successo, era anticonformista, contestava l'America...probabilmente Kevin ha voluto fare anche lui qualcosa di "eccezionale", ma la scelta è mostruosa. È qui che ho avuto il dubbio sulla sua sanità mentale

Arianna: certo Valentina un esasperazione voluta o comunque creata ad hoc per il personaggio narrante della madre che però mi ha dato la sensazione di irreale... l essere umano è molto più complicato di questo Kevin. Tra l’altro se non ricordo male, lei lo aspetterà quando lui finirà di scontare la pena.

Allora pensai che non avrei mai più potuto provare orrore, né essere ferita. Suppongo sia opinione comune che quando sei già stata devastata, quella stessa devastazione diviene la tua miglior difesa.

Lucia: Non dimentichiamoci che il libro è stato scritto totalmente dal punto di vista della madre. Non conosciamo i pensieri di Kevin. Sappiamo solo ciò che ha combinato. Ary in questo passaggio mi ha ricordato il papà di Erika quello di Novi Ligure, anche lui aveva affermato che le rimaneva solo la figlia e l'avrebbe aspettata.

Francesca: Mi ha distrutta il finale... Sono d'accordo Lucia; è vero lui la stima

Arianna: Uh anche a me Lucia ha ricordato il padre di Erika. Questo libro è sì esasperato, ma queste stragi questi atti succedono eccome, però da parte di persone e ragazzi più interessanti di Kevin, e controversi.

Valentina: Mi ritrovo molto nell'idea che l'autrice abbia volutamente calcato la mano, rendendo quasi paradossali certi risvolti, a favore di una riflessione di più ampio respiro e lasciando spazio ad una critica della società su più livelli che arriva chiara anche quando è meno esplicita.

Francesca: Sì in effetti ci avevo pensato anche se alla fine avrei trovato più corretto muovere critiche basate su fatti realmente accaduti senza esagerare con la fantasia.

Barbara B.: Mi ritrovo molto in questa lettura, ma quanto dolore

Francesca: Qualcuno aveva intuito il colpo di scena dolorosissimo? Non lo cito per evitare spoiler nel caso qualcuno non l'abbia ancora letto o debba finirlo.
Io no ed è stato un colpo durissimo. Pensare alla solitudine di Eva, il vuoto intorno colmato solo dal male... un inferno. Non ho attutito bene il colpo... sinceramente continuo a pensarci...quindi era intuibile? Forse ho sviluppato una forma di autodifesa... che poi è arrivata con una botta doppiamente forte.

Angela: No io non l'avrei immaginato... mi ero data altre spiegazioni alla sua solitudine. È stata una doccia fredda.

Lucia: All'inizio no, poi qualche dubbio mi è sorto anche perché era sparita anche la bambina

Arianna: Sinceramente aspettavo di sapere della sorella immaginavo una roba brutta. Il padre pensavo fosse impazzito.

Barbara B.: È difficile aggiungere qualcosa a quanto avete evidenziato fin qui. Benché fossi consapevole della finzione letteraria, del carattere molto americano della scrittura, del punto di vista univoco, questo libro per me è stato un pugno nello stomaco. Alcuni passaggi letteralmente trasudavano odio e ho fatto molta fatica a metabolizzarli. Certi passaggi che riguardavano soprattutto lo sguardo di Kevin erano agghiaccianti.

Francesca: Sai che io quegli occhi li ho visti per diversi giorni; è un libro che mi ha resa irrequieta, mi ha tolto il sonno in diverse ore della notte...

Barbara B.: Ti capisco perfettamente Francesca. Stessa sensazione. Pur consapevole di tutto, da madre è sconvolgente.

Francesca: Fatico a credere che sia finzione, poi tante stragi vere prendono il suo posto quindi è proprio come se lo fosse.

Barbara B.: Mentre leggevo questo libro avevo in mente una riflessione fatta dal mio parroco qualche settimana fa in chiesa. Parlava dell'amore delle madri, che non smettono di amare i propri figli anche qualora essi abbiano compiuto azioni spaventose. Il don diceva che una madre può non capire, può condannare ma non può smettere di amare. Qui è lo stravolgimento completo

Arianna: Non so lei dice dice, anzi scrive scrive, ma per me lo ama eccome. E comunque a parte questa, le madri snaturare esistono eccome.

Michela: Un pugno nello stomaco.
Un libro che parte lento, molto lento, ma quando si entra nella storia non se ne può più fare a meno. Combattuta tra il mollarlo lì perché crudele o leggerlo in ogni momento disponibile perché non vedi l'ora di capire come potrà andare a finire.
È scritto in forma epistolare: Eva, la madre di Kevin, scrive alcune lettere al marito assente, ripercorrendo i fatti accaduti negli ultimi mesi, cercando accuse e scusanti, sentendosi responsabile di tutto ciò che accaduto nella loro vita. Lettere dal gusto agrodolce. Da un lato tutto il sentimento di amore nei confronti del marito, dall'altro lato tutta la sua avversione verso un figlio irriverente e problematico.
Finché non arriva a raccontare del giovedì...
Può una madre arrivare al punto di detestare il primogenito al punto di desiderare di non averlo mai avuto?
Il giovedì potrebbe essere la risposta...
Può una madre essere insensibile alla nascita del suo primo figlio? È giusto che incolpi se stessa per gli avvenimenti di quel giovedì?
Che accadde quel giovedì? Forse ve lo starete chiedendo.
Un giovedì, a quasi16 anni, Kevin ha preso l'arco con cui si esercitava da tempo e ha ucciso sistematicamente, nella palestra della scuola che frequentava, sette compagni e l'insegnante di algebra.

Solo perché ci si abitua a qualcosa, non vuol dire che ci piaccia.

Non lo consiglio a tutti, solo a coloro che sono pronti a sopportare tutto, soprattutto un finale agghiacciante.

Francesca: Ho vissuto il tuo stesso stato Michela volevo tanto gettarlo dalla finestra ma poi mi svegliavo alle tre di notte per leggere...l'odio, le tragedie, le cose brutte, quelle che fanno notizia, ci attirano davvero come calamite come sostiene Kevin? Assolutamente sì.

Michela: Io l'ho finito alle 3 di notte. Nel n so spiegare. Mi è piaciuto tantissimo. Non x la trama o la scrittura in sé. Proprio perché è una calamita come hai detto tu.

Luisa: "Per quanto ammirevole, il tuo bisogno impellente di sacrificare l'esistenza per il ben di un'altra persona poteva dipendere dal fatto che quando avevi la vita interamente nelle tue mani, non sapevi che fartene. Immolarsi a volte è un'utile scappatoia. So che questo può sembrarti poco gentile, ma io credo che il tuo desiderio smodato di liberarti di te stesso - se questo concetto non è troppo astratto - abbia caricato nostro figlio di un terribile fardello." Dobbiamo parlare di Kevin è il titolo originale del libro scritto dalla scrittrice Lionel Shriver e ristampato con il titolo ...e ora parliamo di Kevin dopo l'uscita del film di Lynne Ramsay con questo titolo. E' un libro che sconvolge. La storia di Kevin viene raccontata in forma epistolare con una serie di lettere che la protagonista Eva Katchadourian, la madre, scrive al marito assente. Donna di successo spesso all'estero per lavoro decide a malincuore di diventare madre. Nasce Kevin, ma la nascita lascia indifferente Eva e vivrà il suo ruolo in modo ambivalente. Il marito invece stravede per il figlio anche in contrasto con la moglie che vede le tendenze malvage del figlio fin da piccolo. Sapremo fin dall'inizio che Kevin a 16 anni ha ucciso con l'arco compagni di classe e un'insegnante. Ma non sono le stragi il tema del libro pur così frequenti in America, ma piuttosto il senso di colpa che le madri degli autori minorenni di queste stragi sentono. Proprio la sottigliezza psicologica dell'animo di Eva è il motivo dominante e straziante di tutto il libro che lascia l'amaro in bocca, ma è scritto in modo superbo ed è quindi una lettura che consiglio anche a chi per l'argomento trattato se ne sente respinto.

Francesca: Bel pensiero Luisa, giusto. Mi ci ritrovo è vero, il senso di colpa è devastante, ma Eva è ammirevole è pronta ad accogliere il figlio nuovamente, a proteggerlo, a difenderlo. Questo esalta il suo senso materno e sottolinea il fatto che non è vero che lei ne era sprovvista, ma semplicemente era respinta da Kevin.

Anna: Che botta! Non sono mamma, ma Eva mi ha colpita tanto: ripercorre con lucidità tutta la sua vita, il suo rapporto/non rapporto con un figlio non voluto; il suo legame con una figlia voluta per dimostrare a se stessa di non essere 'sbagliata'. E' tutto molto esagerato, troppo, molto da film; però quando ho capito che il destinatario delle lettere non avrebbe potute leggerle sono rimasta nuovamente scioccata. Infine il rapporto tra Eva e Kevin agghiacciante...in fondo lui ha salvato solo lei, ha la sua foto in cella. Un rapporto malato...e mi chiedo come possa sin dalla nascita instaurarsi un rapporto del genere.

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