sabato 4 febbraio 2017

L'intervista a... DANIELA PIAZZA a cura di Katia Fortunato

“Penso che l’intervista sia la nuova forma d’arte […] Un’intervista ti dà spesso l’occasione di confrontare la tua mente con delle domande, il che a parer mio è quel che s’intende per arte. Un’intervista ti dà anche l’opportunità di eliminare tutti quei riempitivi… devi tentare di essere esplicito, accurato, in argomento… niente menate. La forma dell’intervista ha i suoi ascendenti nel confessionale, nel dibattito e nel confronto incrociato. Una volta che hai detto qualcosa, non c’è modo di ritrattare. Troppo tardi. E’ un vero momento esistenziale.” [Jim Morrison]

L’INTERVISTA

Un paio ti settimane fa, in una condivisa in collaborazione con Thriller Storici e Dintorni, abbiamo letto un libro, Il tempio della luce, di Daniela Piazza (trovate qui la discussione). Ora, oltre ad aver scritto un gran bel libro, Daniela è una persona molto simpatica, aperta e disponibile, con cui ho avuto il piacere di relazionarmi, così ho pensato: E se la intervistassi? Detto, fatto. Vi dicevo che era disponibile, no? Parliamo un po’ di lei… Nata a Savona nel 1962, vive a Celle. Padre cellese, madre tedesca; è soprattutto da lei, pittrice e figlia di un compositore, che acquisisce l'interesse per le arti. Laureata in Lettere, con specializzazione in Storia dell'arte, e diplomata in pianoforte. Insegna Storia dell'Arte. La sua grande passione è viaggiare, ovunque e in qualunque modo: dal trekking a piedi o in bicicletta dietro casa al volo intercontinentale.
Ha scritto due libri: Il tempio della luce e L’enigma di Michelangelo.
Bene, io direi che ora possiamo fare due chiacchiere con lei.

So che sei un insegnante di storia dell’arte (una materia che personalmente ho sempre adorato); insegni ancora? I tuoi alunni parlano con te dei tuoi libri?
Sono in part-time ma non lascerò mai l’insegnamento. I momenti trascorsi in classe per me sono tra i più belli in assoluto. Insegno in un Liceo e devo dire di avere in genere alunni recettivi e molto interessati all’arte, che mi danno belle soddisfazioni. Però mi trovo un po’ in difficoltà a parlare loro dei miei libri. Un po’ perché mi sembrerebbe di approfittare del mio ruolo per spingerli a comprarli, un po’ perché sono minorenni e nei miei romanzi ci sono pagine abbastanza esplicite - di violenza e di sesso - che forse alcuni genitori potrebbero trovare inappropriate… anche se credo che i ragazzi di oggi siano abituati a sentire ben di peggio!

Il mondo del romanzo storico, parliamoci chiaro, non è affatto facile; quali sono le difficoltà che hai incontrato?
Devo dire che mi ero illusa di essere esentata da questo tipo di problema, perché inizialmente non ne ho incontrata alcuno. Ho pubblicato il mio primo libro in tempi rapidissimi, grazie all’interessamento di una casa editrice prestigiosa come la Rizzoli, dove ho incontrato persone che mi hanno concesso grande fiducia e stima. Ma è stata un’illusione di breve durata, seppur meravigliosa. La Rizzoli, ora acquisita da Mondadori, si sta tirando un po’ indietro da questo genere e al momento… sono ahimè priva di casa editrice, nonostante e soprattutto il primo libro sia andato molto bene.

Suppongo, avendo letto il tuo romanzo, che ci voglia molto lavoro di ricerca; c’è stato un momento cui hai pensato: Basta, mollo tutto?
No, perché ero abituata a ricerche ancora più approfondite. Fino ai miei 45 anni non avevo mai scritto nulla di narrativo, ma diversi saggi critici d’arte, oltre alle due tesi. Scritti per i quali è stata necessaria un’opera di studio estremamente approfondita e minuziosa, che spesso mi ha portato a momenti di panico quando mi trovavo davanti fonti discordanti, come spesso accade. Nel romanzo, è certo fondamentale una preparazione meticolosa e lunga, ma è indubbio che ci si può prendere qualche libertà in più. All’inizio, a dire il vero, la mia formazione scientifica mi condizionava e se non trovavo i documenti che cercavo andavo in tilt. Ma i miei editor mi ricordavano giustamente che stavo scrivendo un’opera di finzione, non di scienza! Ora me ne sono fatta una ragione: di fronte a due versioni discordanti dello stesso avvenimento non sento più la necessità di cercare dieci altri testi che confermino l’una o l’altra, ma scelgo la versione che più si attaglia alla storia narrata, anche se magari la ritengo meno probabile. Un gran sollievo, se devo dire la verità! 

Parliamo della pubblicazione; abbiamo letto in condivisa il tuo libro “Il tempio della luce” e tra le varie discussioni in merito è venuta fuori quella dell’editing. Cosa puoi dirci a riguardo?
Ero del tutto digiuna di problematiche editoriali. Perciò, quando ho mandato la bozza del Tempio della luce e mi è stato detto, dopo la lettura: “Molto bello, brava! Adesso bisogna dimezzarlo” mi sono sentita male. Mi vedevo già il libro pubblicato con un capitolo sì e un capitolo no, incomprensibile e totalmente diverso dalle mie intenzioni. Invece, l’editing è stato un momento straordinario, divertente, utile, didattico… Ho imparato moltissimo dalla mia editor e soprattutto lei ha fatto in modo che il libro diventasse un po’ meno corposo e forse anche noioso senza snaturarlo affatto, anzi, senza che io quasi mi accorgessi dei tagli. Ad un certo punto, ero io che proponevo: “Qui è meglio tagliare”, anche dove lei aveva lasciato intonso il testo. Ora dico: l’editing è la parte più divertente, perché ci si confronta con un altro punto di vista, esterno e perciò più obiettivo, e insieme si cresce.

Ci sono molti libri che, grazie alla pubblicità, e solo grazie a quella, vanno “a ruba”, ma non sempre mantengono le loro aspettative; il tuo romanzo è molto bello, ma sinceramente, pur conoscendo il genere e leggendolo con piacere, non ti conoscevo. Quanto ha influito la pubblicità nel tuo caso? E parliamo di un importante casa editrice quali la Rizzoli…
La pubblicità è fondamentale. E’ tutto. Ma io non posso certo recriminare, da questo punto di vista, almeno per il primo romanzo. IL tempio della luce è stato pubblicizzato alla grande, sebbene solo a Milano: addirittura c’erano dei tram serigrafati con la mia copertina! E infatti a Milano è partito col botto, finendo per due settimane in classifica nazionale con i soli lettori milanesi. Con il senno di poi, ora direi che forse sarebbero state più efficaci strategie diverse, mirate a una diffusione più nazionale, ma sarei veramente un’ingrata se mi lamentassi. Completamente diverso è il discorso per L’Enigma Michelangelo… Quando è uscito a momenti non l’ho saputo nemmeno io.

Secondo te qual è la differenza tra lo scrivere poesie e romanzi storici?
Sono proprio due mondi diversi. La poesia evoca immagini spesso arcane, si rivolge all’animo del lettore, lascia che sia lui a completarla con la propria interpretazione. Anche il romanzo storico, naturalmente, deve coinvolgere emotivamente. Ma soprattutto ti deve trasportare in un mondo lontano e diverso ma comunque reale, rendendotelo in qualche modo credibile e comprensibile. Il linguaggio perciò secondo me deve essere piuttosto piano, non troppo elaborato o criptico, in qualche modo “facile”. Anche per questo io talvolta utilizzo modi di dire attuali, pur sapendo perfettamente che sono anacronistici: ma mi serve per far sentire quel mondo meno estraneo pur con tutte le sue differenze.

L’enigma di Michelangelo e Il tempio della luce; cos'altro ci dobbiamo aspettare?
Non vorrei rimanere confinata a un unico genere anche se, per preparazione e stile, mi sento certamente più adatta a scrivere romanzi storici. Ma dopo questi due ho già al mio attivo un altro romanzo storico, un thriller storico, un thriller contemporaneo scritto in collaborazione con un altro autore e un diario di guerra. L’unica cosa che mi manca, al momento, è una casa editrice!

Una volta uno scrittore mi disse che a furia di scrivere thriller, evitava di leggere quelli degli altri; tu cosa leggi?
Da bambina i miei parenti mi “accusavano” di essere capace di leggere qualunque cosa, anche l’elenco telefonico. Questa caratteristica eclettica mi è rimasta, ma i romanzi storici sono comunque tra le mie letture preferite.

Ricordi il primo libro letto? E quello che hai amato di più?
Da ragazzina adoravo Salgari, e volevo fare il pirata. Poi, verso i dieci anni, mi hanno dato in mano “Il tormento e l’estasi” di Irving Stone, biografia romanzata di Michelangelo; l’ho divorato e ho deciso che da grande avrei fatto lo scultore. Non sono diventata né pirata né scultore, ma ho scritto un romanzo su Michelangelo…

Come scrivi? Ti prendi tempo per ragionarci o in qualunque posto ti trovi, se ti viene un’idea, molli tutto e corri a scrivere?
In genere mi siedo al computer e mi concentro. Però amo molto camminare, e spesso faccio a piedi gli 8 chilometri che mi separano da scuola. Durante il percorso, se sono in fase creativa, penso alla trama; è lì che mi sono venute in mente alcune delle mie idee migliori. Quando succede registro l’idea sul cellulare, a volte anche interi dialoghi. Sembro mezza matta, lo so, ma mi diverte vedere le espressioni perplesse di chi incrocio.

Quale consiglio ti sentiresti di dare ad uno scrittore che vorrebbe cimentarsi per la prima volta in un romanzo storico?
Coraggio e umiltà sono i due ingredienti chiave, per qualsiasi scrittore esordiente. Il coraggio di provarci, di non lasciare nulla di intentato, ma anche l’umiltà di sapere di avere molto da migliorare e da imparare. E’ importante far leggere il proprio testo ad amici competenti o semplicemente appassionati lettori, ed ascoltare le loro critiche e osservazioni. Per il romanzo storico, poi, non bisogna avere fretta. La fase di preparazione e studio è quasi più importante di quella di scrittura vera e propria. Prendersi delle piccole libertà non vuol dire reinventare una fantastoria. Ritengo che, dove si tratta di personaggi realmente esistiti, bisogna essere il più fedeli possibile alla realtà. Per scatenare la fantasia ci sono i personaggi di invenzione, che però devono interagire in modo credibile con quelli reali.

Ringrazio di Cuore Daniela, e, nell’attesa di altri suoi lavori, io mi leggo L’enigma di Michelangelo.
Alla prossima.

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