mercoledì 19 ottobre 2016

Un tempo smarrito a cura di Katia Fortunato

Autore: Marie-Laure de Cazotte
Titolo: Un tempo smarrito
Genere: Narrativa
Pagine: 203
Data di pubblicazione: 2015
Casa editrice: E/O


Eric Meyer è un potente quanto spietato uomo d’affari, il tipo che non guarda in faccia nessuno, abituato a vincere, con uno stuolo di belle donne sempre ai suoi piedi. La situazione precipita quando una delle sue amanti tenta il suicidio. La moglie, costretta ad aprire gli occhi, decide di lasciarlo. Il doppio shock è fatale all’equilibrio di Eric che, in stato confusionale, finisce nell’ospedale psichiatrico diretto dal professor Kaplan. In quel luogo diverso, confuso tra i “pazzi”, per la prima volta in vita sua si ritrova a far parte del mondo degli emarginati, le persone che non hanno potere, quelle che lui ha sempre guardato dall’alto in basso. Per Eric Meyer è l’inizio di un viaggio a ritroso dentro se stesso alla scoperta delle menzogne accumulate negli anni e di memorie rimosse: un lento lavoro di ricostruzione, pilotato dal professor Kaplan, che lo porterà a rivalutare certi affetti e legami e che, soprattutto, gli farà capire come l’arroganza e il cinismo non possono costruire gli unici valori di un uomo, per quanto baciato dal successo. Attenzione, però: a innescare la guarigione profonda di Eric Meyer non saranno né farmaci né terapie, bensì la medicina più soave di tutte: la poesia.


   Mi aspettavo decisamente di più, soprattutto dopo aver letto la trama, cosa che di solito non faccio, ma, non so, c’è stato qualcosa che mi ha portato a chiedermi di che cosa parlasse il libro.
Pensavo a qualcosa di più “impegnativo”, più non so…

“…noi costruiamo convinzioni ed ideali, ma alla fine l’unica cosa che ci resta sono le persone che ci conoscono e a cui vogliamo bene.”

La storia, di per sé, è interessante, la malattia mentale, i rimorsi, ma boh, non è scattata la scintilla.
Anche questa cosa della madre, questo segreto da tenere a tutti i costi, mi sembra quasi raffazzonato.
E poi, la poesia. Dov’è? Nella quarta di copertina è scritto che il protagonista guarisce grazie alla poesia, ma… quale?
La storia non tiene, è approssimata, no, non va.

“Nessuno sfugge alla propria esistenza.”

Penso che per scrivere di disturbi mentali non serva a molto il solo documentarsi, penso che per scrivere di questi argomenti bisogna esserne a contatto, conoscerne le paure, i disagi, l’impotenza.
No, questo libro non m’è piaciuto.

Nessun commento:

Posta un commento