sabato 5 dicembre 2015

L'intervista a... FLAVIA TODISCO a cura di Katia Fortunato

“Penso che l’intervista sia la nuova forma d’arte […] Un’intervista ti dà spesso l’occasione di confrontare la tua mente con delle domande, il che a parer mio è quel che s’intende per arte. Un’intervista ti dà anche l’opportunità di eliminare tutti quei riempitivi… devi tentare di essere esplicito, accurato, in argomento… niente menate. La forma dell’intervista ha i suoi ascendenti nel confessionale, nel dibattito e nel confronto incrociato. Una volta che hai detto qualcosa, non c’è modo di ritrattare. Troppo tardi. E’ un vero momento esistenziale.” [Jim Morrison]

L’INTERVISTA

“C’è chi nasce con i calzari ai piedi, non come segno di distinzione e nobiltà, ma come destino, poiché lo attendono tutte le strade e i vicoli del mondo; sarà lunga, infatti, la sua vita, perché saranno lunghi i suoi cammini.”
Senza scontrino non si esce

Una delle opportunità più belle che si hanno, quando si gestisce un blog, è la possibilità di conoscere gli autori, siano essi noti o meno.
Oggi ne conosciamo una, Flavia Todisco, insegnante e autrice di vari racconti, persona sicuramente interessante e molto simpatica. Il suo libro: “Senza scontrino non si esce” (vedi recensione), è una raccolta di ventidue racconti che, personalmente, vi consiglio di leggere.
Cerchiamo di conoscere meglio Flavia con qualche domandina personale.
Perché scrivere racconti e non un romanzo?
Si scrivono racconti, perché essi ci scelgono e ci invitano a raccontare le loro storie. Si scrive un romanzo, perché esso ci ha scelto e ci ha invitato a raccontare una storia. Succede, è il caso o, meglio, il fato. Non accade il contrario, almeno questo è il mio caso. Sembrerò sarcastica, ma questo è ciò che succede a chi scrive: sono le storie e i loro protagonisti a scegliere chi le scriverà e a suggerirgli tempi, forme, linguaggio ed eventi della narrazione. Chi scrive accoglie e materializza ciò che riceve, lo trasforma, lo sviluppa, ma non può fare molto rispetto alla natura della storia, essa, infatti, è nata prima della sua “tra-scrizione” e i suoi natali sono avvenuti in forma di novella, racconto o romanzo. Tutto qui. Lo scrittore può fare poco per mutare tutto questo, lo può solo assecondare.

Il titolo è fortissimo, come ti è venuto in mente?
Senza scontrino non si esce si impose, come titolo, nel momento in cui fui giunta alla stesura dei primi cinque racconti (gli stessi che ora figurano come i primi cinque della raccolta). Fu una grande sorpresa, quasi una rivelazione, in quanto compresi che lo scontrino da pagare sarebbe stato il fil rouge che avrebbe uniformato e unito tutti i racconti della raccolta. All’epoca, in effetti, non sapevo ancora quanti racconti avrei scritto, quali storie avrebbero narrato, quali sarebbero stati i loro personaggi, ma da quel momento fui consapevole che tutti avrebbero simbolicamente trattato dello scontrino che tutti noi, prima o poi, ci troviamo a “pagare” per proseguire il nostro cammino esistenziale.
Fortunatamente il titolo piacque anche all’editore…

Io lo so, ma perché qualcuno dovrebbe leggere “Senza scontrino non si esce”?
Lo dovrebbe fare, innanzi tutto, per rendere Felice la sottoscritta e i suoi saltimbanchi! Scherzo, naturalmente.
Si potrebbe leggere Senza scontrino non si esce per trascorrere qualche ora in lieta compagnia, quella dei bizzarri protagonisti della raccolta, tutti talmente strani e bislacchi, da essere incredibilmente verosimili e reali. Si potrebbe anche leggere per riflettere, sorridendo, sugli strani casi della vita e sui bizzarri e imperscrutabili destini umani, per poi, magari, riconciliarsi, sempre con un sorriso, con le proprie “sventure” e “avventure”, con i propri amori e disamori, con la vita, in sostanza!

Cosa pensano i tuoi studenti della pubblicazione di “Senza scontrino non si esce”?
Quelli che ne sono a conoscenza, sono piuttosto curiosi, magari mi manifestano l’intenzione di leggerlo privatamente, ma non vanno oltre; sanno, infatti, che sono piuttosto riservata e che cerco di tenere ben separata la scrittura dall’insegnamento.
Alcuni miei ex-studenti, invece, lo hanno letto e hanno preso parte ad alcune presentazioni: è stata una gioia immensa, per me e per loro, ritrovarci, al di fuori della scuola, e interagire secondo questa “nuova” modalità; anche se, a dire il vero, insegnando Lettere, parlo spesso e sempre di libri, scrittura, autori e Letteratura e cerco sempre di trasmettere ai miei studenti la mia passione per la lettura e la mia venerazione per le parole. Quindi, forse, è stato in parte naturale essersi ritrovati ancora, a distanza di tempo, a parlare di storie, personaggi, narrazione e libri…


Che differenza c’è tra l’insegnare e lo scrivere?
Si tratta di due azioni e professioni altrettanto belle e stimolanti, tuttavia molto diverse. L’insegnamento consiste nella trasmissione di saperi e strumenti tecnici, unita al lavoro di analisi e interpretazione, finalizzato all’attribuzione di senso a ciò che ci circonda. E’ un’attività ermeneutica, basata sulla collaborazione fattiva tra chi apprende e chi insegna.
Scrivere è un’attività creativa, spesso solitaria, che comporta ascolto, concentrazione, raccoglimento e disciplina. E’ anche questa un’attività ermeneutica, perché, comunque, chi scrive cerca sempre di attribuire senso all’umano esistere e lo fa attraverso la scrittura, che gli consente di analizzare e interpretare la condizione umana. La scrittura, però, come dicevo poc’anzi, è attività solitaria, entusiasmante, affascinante e stimolante, ma lascia l’individuo sostanzialmente da solo, così come, in realtà, sarà solo chi fruirà della sua opera. L’insegnamento presuppone una relazione, che vivifica e modifica in modo unico e originale l’attività ermeneutica, ma è un “gioco” di squadra, che presuppone stima, fiducia e rispetto reciproci. Sono entrambe due splendide attività professionali e chi le esercita può davvero essere felice di poterlo fare.

Prima che scrittrice, suppongo tu sia una lettrice; c’è un libro e un autore che ti è particolarmente caro?
Sono una lettrice appassionata, determinata e, quasi, onnivora. Amo molti autori, tra i quali primeggiano Amélie Nothomb, Erri De Luca, Dacia Maraini, Agota Kristof, Ian McEwan, Kafka, Buzzati, Pirandello, Montale, Alda Merini, Antonia Pozzi… I libri che più ho amato e amo sono stati scritti dagli autori che ho appena menzionato e che consiglierei di leggere integralmente, concedendosi il tempo necessario per assaporarne le pagine e le opere.
Uno degli ultimi romanzi, che ho letto e che ho amato particolarmente, è Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli, che si è appena aggiudicato due premi molto prestigiosi: il SuperMondello e il Mondello Giovani. Ritengo che Missiroli abbia scritto un romanzo intimo, profondo, colto, con un ritmo narrativo serrato e un protagonista indimenticabile, con un nome che è un manifesto esistenziale: Libero. Leggetelo, non ve ne pentirete!

Come sei? Descriviti per i nostri lettori.
Sono una persona positiva e solare, decisamente estroversa, ma, al tempo stesso, piuttosto riservata. Amo ciò che è bello e semplice, la mia città, gli amici e la mia famiglia. La dimensione del viaggio mi appartiene e mi caratterizza, infatti, appena riesco, organizzo un viaggio, preparo il bagaglio e parto. Viaggiare mi rigenera nell’animo, nella mente e nel corpo e mi permette anche di conoscere e apprendere. Sono me stessa, oggi, anche grazie ai Paesi e alle Genti che visitato e conosciuto. 

Dobbiamo aspettarci qualche altro lavoro? Io me lo auguro…
La redazione dei miei “scontrini” prosegue, ma ho altri progetti in fase di realizzazione: un romanzo, un dramma, dei monologhi teatrali…

Passiamo a qualcosa di meno piacevole…
 
Venerdì 13 novembre l’ISIS ha sferrato un attacco terroristico che ha causato 130 morti e centinaia di feriti, per non parlare della giovane ragazza veneziana rimasta uccisa. L’ISIS ha colpito il cuore dell’arte e della cultura laica e liberale dell’Europa, simbolo dell’Illuminismo…
Sei tornata a Milano per laurearti dopo un soggiorno di studi a Parigi; come hai vissuto gli atti terroristici avvenuti lì nei giorni scorsi?
La mia esperienza parigina è stata una splendida stagione esistenziale: mi sento tutt’oggi a casa, quando vado a Parigi. Anche per questo sono stata particolarmente colpita dagli attentati del 13 novembre scorso. Credo, però, che il cordoglio sia stato generale e che abbia colpito tutti.

Tutto questo in nome di una fede; tu sei credente?
Credo che ci sia una Ragione superiore e trascendente l’umano esistere; a noi uomini spesso sfuggono la sua natura, i suoi mezzi e i suoi fini, ma, a mio avviso, essa c’è e “un giorno” ci sarà dato conoscerla. Ritengo anche che l’uomo sia dotato di libero arbitrio e che, dunque, sia sempre libero di scegliere come agire e vivere. Dio non c’entra in tutto ciò, è una faccenda tutta umana.
Le religioni e le differenti chiese sono i “tentativi” fatti dagli uomini per spiegare e “imbrigliare” tale Ragione trascendente e molto “sfuggente”. Ogni religione rivelata e ogni istituzione religiosa merita rispetto e libertà di culto: la tolleranza dovrebbe essere il principio fondamentale della convivenza sull’intero pianeta, cui tutti dovremmo costantemente ispirarci.

Culturalmente parlando, che differenza c’è, se c’è, tra la Francia e l’Italia?
Forse in Francia, per ragioni storiche risalenti alla Rivoluzione francese, c’è un maggiore senso civico, un più forte sentimento del bene comune e della sua importanza, che in Italia, spesso, stenta a emergere e affermarsi.
Sono, comunque, convinta che ogni cultura, non solo europea, debba essere conosciuta, valorizzata e rispettata, in nome di un autentico dialogo tra i Popoli, al fine di tutelare e rispettare il Pianeta, in una concreta e corretta prospettiva globale.

Ringrazio di cuore Flavia per la disponibilità e la bellissima intervista concessaci. Invito voi a leggere il suo libro, sul serio, non si può non farlo, e lei a tornare a trovarci.

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