martedì 19 settembre 2017

Le streghe di Lenzavacche a cura di Maristella Copula

Autore: Simona Lo Iacono
Titolo:
Le streghe di Lenzavacche
Genere:
Narrativa
Pagine:
151
Data di pubblicazione:
2016
Casa editrice:
E/O



 


Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell'abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l'oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.
    





   Tra i 12 finalisti del Premio Strega 2016, “Le streghe di Lenzavacche” della siracusana Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato presso il tribunale di Catania, è un libro poetico e bellissimo che reca importanti messaggi porgendoci chiavi di lettura differenti utili ad interpretare il mondo. Avvalendosi di una struttura originale e articolata in più piani temporali, affronta temi cari all’autrice come la diversità, la difesa delle fragilità, l’integrazione, il pregiudizio, il valore salvifico della cultura, l’enorme potenza della letteratura, della lettura e della scrittura che permettono di attraversare la realtà con uno sguardo “diverso, sovversivo, incantato”. A Lenzavacche, in Sicilia, nel 1650 un gruppo di donne, senza alcuna protezione, donne reiette, diseredate, malate, peccatrici, stuprate, vittime di violenze e abusi di ogni sorta, si riunì in una casa antica sotto l’egida di Corrada Assennato, ripudiata dal proprio padre che aveva condannato la moglie, sua madre, e il figlioletto che portava in grembo a morte certa. Le dicerie, le malelingue e le infondate accuse di stregoneria avevano provocato un’ondata di brutalità senza precedenti contro queste donne affratellate dal bisogno di nutrire non solo i loro corpi ma anche le loro menti aperte a ricevere cultura, saggezza, curiosità e sogni. Qualcuna di loro è riuscita a sopravvivere al massacro. Dopo tre secoli, siamo nel 1938 in piena epoca fascista, a Lenzavacche vive una famiglia particolare composta da Tilde, donna saggia, ingegnosa e coraggiosa, esperta di erbe, Rosalba che ha conosciuto un amore di “seme e anima” e Felice, il frutto di questo amore predestinato, un bambino disabile che non riesce nemmeno a stare dritto e a camminare, che non ha il dono della parola ma ha negli occhi un fuoco scintillante e profondo, non facile da leggere attraverso la lente del pregiudizio. La gente mormora con cattiveria al suo passaggio, lanciando i segnali chiari e inequivocabili dell’emarginazione, immutati nel tempo: “Arriva ‘u mongulu cu sa matri, itavinni, arriva ‘u mostru”, arriva il frutto del peccato, del demonio, da escludere dalla visione delle proprie vite. Ma Rosalba e sua madre non si arrendono e, aiutate dalla meravigliosa figura del farmacista Mussumeli, con ostinazione, fermezza ed estrema attenzione e delicatezza per il bambino, cercano in tutti i modi di far sì che la sua vita possa essere vissuta al pieno delle sue capacità. Sarà un’antica norma, sopravvissuta proprio perché mai applicata (diversamente da quelle morte perché applicate troppo e poi considerate non più adatte ai tempi) e un giovane maestro con un’ampia visione della vita, il Maestro Mancuso, appena arrivato nell’unica scuola del paese, a mettere con le spalle al muro chi solo sul vigore e sulla forza fisica fondava le sue assurde ideologie. Così, un destino comune, una sorte annunciata dal passato, riuscirà a scardinare le regole sociali dove la perfezione del corpo era inneggiata come obbligo morale per la collettività.
Un racconto incantevole, delicato e poetico, permeato di magia e di sensibilità, una scrittura elegante priva di pietismi e buonismi inutili e controproducenti, ma con personaggi colmi di fierezza, di dignità, di forza, con un ruolo preciso nella loro piccola storia di umili, deboli, trascurati ma non travolti dalla grande Storia. Capaci di cambiare il loro destino, accomunati dalla forza del pensiero attinto dall’amore per la lettura, sapranno coniugare la loro grande umanità e la loro innata comprensione delle miserie terrene alla loro cultura, fino ad una “piccola” vittoria finale che è il preludio ad una somma di tante vittorie quotidiane, quelle in grado di operare alla fine un grande e radicale cambiamento.

venerdì 15 settembre 2017

Libri Versus Film_6. La mosca a cura di Erik Screm


Libri Versus Film è la nuova rubrica bisettimanale di Vivo perché leggo curata dall'autore Erik Screm. La rubrica, come si evince dal nome, vedrà ogni due settimane una comparazione tra un libro e la propria trasposizione cinematografica (o viceversa) in cui verranno sottolineati i pro e i contro di entrambi per, alla fine, decretare un vincitore. E nella prossima puntata, vincerà il libro oppure il film?

La mosca





Molti conosceranno il famoso film 'La mosca', diretto da David Cronenberg, ma non molti sapranno che questo film è stato ispirato da un racconto scritto nel 1957 da George Langelaan, 'La Mouche', dal quale l'anno successivo venne tratto il film 'L'esperimento del dottor K', di cui David Cronenberg ha diretto quello che è a tutti gli effetti un remake.
Nonostante siano considerati, sia il racconto che il film, facenti parte della categoria dell'orrore, in realtà si tratta di pura fantascienza.
La storia originale parla delle vicissitudini che accadono a Fracois Delarnbre, che viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata di Helene, la moglie del fratello, che, agitata, afferma di aver assassinato il marito e chiede a Francois di raggiungerla dopo aver chiamato la polizia. Andre, il morto, era un famoso scienziato che stava studiando un metodo per trasferire le molecole di un corpo da un punto all'altro istantaneamente, senza che vi fosse alcun pericolo, e questa è l'affascinante idea di fondo che è ciò che ha poi reso famoso il racconto. Come la televisione trasmette delle immagini, il macchinario di Andre Delarnbre trasmetteva corpi; un teletrasporto, insomma. Un metodo ingegnoso per muovere oggetti e persone da un luogo all'altro senza bisogno di mezzi di trasporto o di spendere del tempo per lo spostamento. Dopo un iniziale successo con un oggetto inanimato, infatti, Andre vuole andare subito oltre, cercando di teletrasportare animali; dopo un paio di tentativi rivelatisi infruttuosi, ci riuscirà e subito vorrà provare con l'essere umano. E chi sottoporre a un rischio così grande all'infuori di sé stesso? 
Così, all'insaputa della moglie, lo scienziato usufruirà del macchinario e da quel momento inizieranno i problemi. Andre rifiuta di farsi vedere dalla moglie, comunicando con lei tramite brevi messaggi scritti a macchina, lasciati scivolare sotto l'uscio della porta. Finché Helene, turbata dall'improvviso cambio di comportamento del marito, non lo spingerà a confessare ciò che è successo.
Partendo dal presupposto che il racconto è di difficilissima reperibilità: in italiano ho scoperto trovarsi in una vecchia raccolta di racconti da cui sono stati tratti film, edito dalla Mondadori. Io l'ho letto in inglese, lingua in cui è altrettanto difficile trovarlo, trovato su un piccolo blog in cui viene sottolineata la difficoltà di reperimento. Lo si trova abbastanza facilmente solo in francese, o in spagnolo, ma non essendo avvezzo a queste due lingue, ho preferito cercarlo in inglese.
Forse questa scarsa reperibilità è data dal fatto che, il racconto, in effetti non è questo granché. Non fraintendetemi, è scritto correttamente, ma ci sono cose che, anche in uno scritto di fantascienza, sono irreali: se voi riceveste una telefonata del cuore della notte in cui vi viene detto che vostro fratello è stato ucciso, dalla stessa persona che vi sta chiamando, che è al contempo la moglie, in che modo vi comportereste? Sicuramente non nel modo freddo e praticamente insensibile del protagonista del racconto, Francois.
Ciò che lo ha reso famoso è sicuramente l'idea di fondo della trama, di poter trasportare istantaneamente le persone da un luogo all'altro; e questo è tutto ciò che il racconto è e per cui vale la pena leggerlo.
Il film di David Cronenberg è considerato invece un capolavoro. Anche questi riprende l'idea del teletrasporto e della sperimentazione di uno scienziato su sé stesso per teletrasportare le persone che, per lo sfortunato intervento di una semplice mosca, non va' a buon fine.
Ma ciò che avviene attorno allo svolgimento di questa vicenda è molto più interessante di quello che invece avviene nel racconto: insieme alla sperimentazione, che è il cuore di tutto, 'La mosca' di David Cronenberg è una storia d'amore raccontata molto bene, e nascosta dietro alla spessa coperta di fantascienza. L'amore tra una giornalista e lo scienziato che inizia come una relazione di opportunità - lui le regala la storia della sua scoperta purché lei non la riveli al mondo prima che sia stata sperimentata completamente - per poi svilupparsi in qualcosa di più.
E, altra cosa che conferisce qualità alla pellicola, è la narrazione di come il corpo dello scienziato muti, man mano che il tempo passa, in diversi stadi, fino a diventare una terrificante creatura che assomiglia e agisce proprio come una mosca.
Uno studio del comportamento dell'insetto che nel racconto rappresenta una terribile mancanza.
Alcune volte modificare la trama di un racconto, o libro, per trasformarla nel copione di un film finisce per innervosire lo spettatore, che spesso si trova davanti qualcosa di completamente diverso. Questo, invece, è uno dei pochi esempi andati a buon fine.
Per questo motivo, per la prima volta dall'inizio di questa rubrica Libri Versus Film, trovo che il film sia di gran lunga superiore al libro
Ringraziandovi anche questa volta per il tempo che avete speso a leggere questa mia umile e personale comparazione, vi invito a seguire la rubrica nella sua terza puntata, in uscita tra due settimane esatte!

"Abbiate paura. Molta paura."






Scritto da: George Langelaan
1a edizione: giugno 1957
Lingua originale: inglese
Genere: fantascienza, orrore
Numero pagine: circa 29













Diretto da: David Cronenberg
Con: Jeff Goldblum, Geena Devis, John Getz
Sceneggiatura: Charles Edward Pogue, David Cronenberg
Musica di: Howard Shore
Anno di uscita: 1986
Durata: 92 minuti
Colori

martedì 5 settembre 2017

Le cene inutili a cura di Maristella Copula

Autore: Massimo Paperini
Titolo:
Le cene inutili
Genere:
Narrativa
Pagine:
237
Data di pubblicazione:
2016
Casa editrice:
Neri Pozza



È il 2 luglio 1881 quando Guglielmo Testa viene alla luce nella sala piccola del ristorante della sua famiglia. Indaffarato a servire zuppa di anguille in vino rosso e tortine alla ricotta con scorza Majani, suo padre si concede solo un breve attimo per baciarlo e odorarlo come farebbe con una spezia, prima di tornare ai tavoli. Il bambino cresce tra richiami culinari e fragranze capaci di lasciarlo attonito e, ancora prima di camminare, mostra un precoce talento per la gastronomia, imparando a distinguere i diversi aromi che invadono la cucina. A quattro anni impasta la sua prima forma di pane, a nove prepara il primo vero piatto, cui si applica con premura perché, come gli viene insegnato, cucinare per qualcuno è come prendersi cura della sua felicità. Devono passare altri dieci anni prima che Guglielmo si imbatta nell'occasione della sua vita: dimostrare al mondo le proprie doti di cuoco con la creazione di una cena in onore del re Umberto I. Poco importa che la proposta venga da una maliziosa e matura signora di Fiesole, desiderosa di sposarlo per averlo nella sua trattoria. Le teglie sono ancora sul fuoco quando la notizia del regicidio si infila nelle cucine dell'albergo dove Guglielmo è alle prese con un piatto a base di fegato d'oca, anguille, cipolle, mele e zucchero caramellato. Con la strada verso il successo sbarrata all'improvviso dalla cattiva sorte, non gli resta che rispettare gli accordi presi e sposare la signora di Fiesole, per poi chiudersi in cucina...


   Massimo Paperini, tecnico di regia televisiva, vince nel 2015 con “Le cene inutili” il Premio Neri Pozza. Definito come un romanzo dove ”Cucina e Storia si sposano in modo indissolubile e inaspettato” (Silvio Perrella) e dove “La Storia con la esse maiuscola è raccontata dal basso” (Sandra Petrignani), il libro racconta l’avvincente storia del cuoco Guglielmo Testa, di origini fiorentine e come, essendo vissuto a cavallo di due guerre mondiali, le abbia attraversate avendo spesso salva la vita proprio grazie alla sua arte culinaria. Figlio di un oste fiorentino altrettanto talentuoso, Guglielmo nasce nella sala piccola della cucina del padre e fin da piccolissimo ne assorbe i profumi, le alchemiche combinazioni, il gusto raffinato. L’unico suo amuleto, dal quale mai si separerà nel corso di tutta la vicenda, è un quaderno rivestito di pelle d’agnello, un quaderno dove il padre ha annotato, con dovizia di particolari, ogni suo sapere nel campo gastronomico.
Dalla Toscana al Belgio e alla Germania Guglielmo vivrà sulla propria pelle gli avvenimenti storici importanti e violenti del secolo, subendo perdite immani ma ogni volta rialzandosi per ricominciare tutto daccapo grazie alla passione sfrenata per il suo mestiere. Attraverso il suo cibo il lettore sarà in grado di comprendere meglio gli stati d’animo di tanti popoli colpiti dalla tragedia della guerra e tra una portata e l’altra, tra una padella e una teglia, avvolti dagli aromi più disparati, quelli dei tempi di ricchezza e quelli dei tempi di povertà assoluta riuscendo a capire e carpire i segreti dei potenti che a tavola si lasciano andare in modo più schietto e genuino nel rivelare ciò che in altri ambiti non potrebbero lasciar trapelare.
Il cibo si intreccia alla narrazione in modo sempre più intenso, rendendoci comprensibile il titolo del libro, di tante “cene inutili”, di quei tanti talenti che la Storia stessa, con il suo carico d’orrore ha annientato spegnendo ogni passione, ogni ingegnosa creatività, ogni maestria, per seppellirli sotto le macerie di irrecuperabili distruzioni.
La prosa è buona e ben condotta all’interno di tante culture diverse anche se i personaggi, pur interessanti ma già “visti”, sono troppo superficiali per i miei gusti e avrei preferito uno scavo un po’ più profondo sia dell’intimità del protagonista sia e soprattutto delle figure femminili del libro. E’ comunque un bel racconto, piacevole da leggere e in cui le conoscenze culinarie e storiche dell’autore sono ben evidenti e sostenute da un ritmo composto ed equilibrato, come in un piatto in cui gli ingredienti sono stati attentamente dosati senza imporsi l’uno all’altro.

venerdì 1 settembre 2017

Libri Versus Film_5. Viaggio al centro della Terra a cura di Erik Screm


Libri Versus Film è la nuova rubrica bisettimanale di Vivo perché leggo curata dall'autore Erik Screm. La rubrica, come si evince dal nome, vedrà ogni due settimane una comparazione tra un libro e la propria trasposizione cinematografica (o viceversa) in cui verranno sottolineati i pro e i contro di entrambi per, alla fine, decretare un vincitore. E nella prossima puntata, vincerà il libro oppure il film?

Viaggio al centro della Terra





Durante il periodo estivo sono stato portato a leggere, per la prima volta, questo famoso classico di Jules Verne, per poi trasporlo in una traccia d'ambientazione per un campo estivo. Per fare ciò mi sono aiutato guardando anche la trasposizione cinematografia datata 1959. Quindi, mi sono detto: perché non prendere due piccioni con una fava e rendere 'Viaggio al centro della Terra' il protagonista della nuova puntata della rubrica Libri Versus Film?
Devo confessare che, nonostante tutto, è stato il primo libro di Jules Verne che io abbia mai letto. Ho visti diversi film tratti dai suoi romanzi, ma questo è stato il primo libro.
E devo dire che, nonostante io pensi che sarebbe goduto maggiormente se letto da un pubblico giovane, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall'avventura che intraprenderà il professor Otto Lidenbrock, accompagnato dal nipote adottivo Axel, nel tentativo di raggiungere, andando contro alle teorie dei più esimi scienziati - sulle quali il professore non si trova per niente d'accordo -, proprio il centro del pianeta.
Se la spedizione sarà un successo o un fallimento ce lo diranno solo le pagine di questo romanzo fantastico.
Dico fantastico perché ovviamente, se dovessimo attenerci a ciò che la scienza ci dice, dovremmo bollare questo libro come un amalgama di fandonie mischiate a elementi tecnici che invece sono reali, e che sono descritti minuziosamente dallo scrittore francese; basti pensare a tutti i minerali e le pietre che vengono nominate e descritte nel corso della narrazione.
Però penso che sia questo il bello di 'Viaggio al centro della Terra': che in un mondo come il nostro, dove vigono le leggi del "se non vedo non credo" e del "solo ciò che ha una spiegazione certa e razionale ha senso d'esistere", sia importante dare sfogo alla fantasia. Per ricordarci che, oltre a tutto ciò che è spiegato scientificamente, ci sono così tante cose che non lo sono da fare impallidire chiunque. Tante leggi che si basano su teorie, non su certezze.
E per studiare quello che c'è oltre, cosa è meglio se non la libera fantasia?
Ecco, 'Viaggio al centro della Terra' fa inorridire gli scienziati che studiano la geologia e ciò che sta sotto la crosta terrestre, ma al contempo fa meravigliare i sognatori. Noi. Ed è forse poco?
Una lettura consigliata, che intrattiene da prima che il professor Lidenbrock e Axel entrino nel cunicolo che dovrebbe portare al centro della Terra, fino al momento dell'agrodolce finale del libro.
La trasposizione cinematografica del 1959 è stata la prima a portare sul grande schermo la mitica storia di Jules Verne, utilizzando effetti speciali che non erano per niente usuali per l'Hollywood dell'epoca.
C'è da dire che dal romanzo al copione del film sono stati fatti moltissimi cambiamenti: sono stati introdotti nuovi personaggi - principali e non -, e molti avvenimenti accadono in modo differente; per esempio, nel film il professor Lidenbrock, che si chiama Oliver, viene a conoscenza del messaggio di Arne Saknussem - che parla del centro della Terra - tramite un'incisione rinvenuta all'interno di una pietra, mentre nel libro lo trova in un antico manoscritto.
Però anche il film è permeato da quel desiderio di scoperta, da quella meraviglia di vedere luoghi, seppur fantastici, che nella realtà ci sono preclusi, tipici del libro. Anche il film ci trasporta lontano dalle nostre certezze scientifiche per farci vivere un'avventura ancora in grado di meravigliarsi.
Sull'interpretazione degli attori e le musiche non ho niente da dire; niente di eccezionale, ma sono tutti elementi godibili e ricalcano un po' qual'era il "modo di fare" della Hollywood degli anni '50 - '60.
Un punto a favore del film invece è l'ottima scenografia: gli ambienti in cui i nostri eroi si troveranno a passare danno veramente il senso di meraviglia e fantastico, in modo pieno, coinvolgente, anche se in alcuni punti forse un po' troppo esagerato.
Cos'altro dire del film? Si tratta di un film d'avventura per tutta la famiglia, da vedere senza troppo impegno in una serata tranquilla.
Per concludere, posso dire che sono entrambi degli ottimi prodotti, un libro e un film che, seppure con varie distinzioni nell'uno e nell'altro, sanno meravigliare e far vivere un po' di avventura alle nostre menti atrofizzate dalla realtà.
Anche questa volta mi trovo un po' in difficoltà nel proclamare un vincitore in questa quinta puntata di Libri Versus Film, ma voglio premiare il libro; se non altro perché, nell'epoca in cui è uscito, era decisamente controcorrente scrivere in modo così fantasioso di certi argomenti e riuscire comunque a far appassionare migliaia di lettori.
Ringraziandovi anche questa volta per il tempo che avete speso a leggere questa mia umile e personale comparazione, vi invito a seguire la rubrica nella sua terza puntata, in uscita tra due settimane esatte!

"La scienza [...] è fatta di errori, ma di errori che è bene commettere perché a poco a poco conducono alla verità."






Scritto da: Jules Verne
1a edizione: 1864
Lingua originale: francese
Genere: romanzo scientifico, avventura
Numero pagine: 337














Diretto da: Henry Levin
Con: James Mason, Pat Boone, Arlene Dahl, Peter Ronson
Sceneggiatura: Walter Reisch, Charles Brackett
Musica di: Bernard Herrmann, Jimmy Van Heusen
Anno di uscita: 1959
Durata: 132 minuti
Colori 

martedì 22 agosto 2017

Il gioco del ragno a cura di Katia Fortunato

Autore: Donatella Perullo
Titolo:
Il gioco del ragno
Genere:
Noir
Pagine:
246
Data di pubblicazione:
2017
Casa editrice:
Time Crime



Napoli, 14 febbraio 1998, una strage distrugge due famiglie innocenti. Unici superstiti un adolescente, Andrea Suarez, e il poliziotto che lo prenderà sotto la sua ala protettrice. Diciannove anni dopo, Andrea è diventato un tutore della legge, ma in lui permangono indelebili i segni del passato. Quando per risolvere un caso delicato gli viene affiancata il sovrintendente capo Mizar Sorrento, deve fare buon viso a cattivo gioco, ignorando altresì il segreto che la giovane nasconde. L'incarico affidato ai due poliziotti non sembra difficile - in un grande hotel di Napoli c'è qualcuno che ricatta clienti facoltosi dopo aver rubato loro immagini compromettenti - ma la sua rapida risoluzione apre uno scenario inatteso e ben più grave: in gioco, adesso, c'è la vita di una bambina. Per Mizar e Andrea, coadiuvati dagli uomini dell'Eremo, il reparto speciale guidato da Suarez, è l'inizio di un'indagine al cardiopalma, una corsa contro il tempo per salvare una vita innocente e riscattarsi, una volta per tutte, da un passato che torna a imporsi prepotentemente nelle loro vite.
    

   Bello! Veramente molto carino questo libro.
Veloce, con una scrittura molto fluida e una storia che ti prende fin dalla prima pagina. Mai noioso, vuoi sapere, vuoi capire come andrà a finire e non puoi non affezionarti ai protagonisti, alla loro storia personale, alla loro voglia di andare avanti, di reagire.
Andrea mi è piaciuto tantissimo, forse il più fragile dei due, con una corazza parecchio dura, ma con un cuore tenero tenero. Bello lui!
Mizar è più, non so, il contrario. All’apparenza fragile, ma con una forza insospettabile. Mi sono piaciute queste contrapposizioni, un po’ meno forse la storia d’amore, che diamine, l’appiccicano dappertutto, ma tant’è…
Una volta mi piacerebbe leggere che i due protagonisti diventano amici. Quell’’amicizia che non si riesce a spezzare, forgiata nell’avversità e che dura per sempre.
Comunque, niente divagazioni. Il libro è molto carino e ti regala sicuramente momenti di emozioni.